Album di guerra

Album di guerra
I Partigiani del Battaglione "Prealpi" a Gemona

venerdì 4 dicembre 2015

Romano Marchetti, una lunghissima Resistenza

Il Messaggero Veneto ha dedicato una pagina intera alla figura di Romano Marchetti, "il più vecchio partigiano d'Italia", che a 102 anni continua a portare la propria preziosa testimonianza al dibattito politico e sociale della Carnia.

Romano, il partigiano più vecchio d’Italia 

Il tolmezzino Marchetti, 102 anni, ha rinnovato la tessera Anpi e dice: «Non abbiamo realizzato tutti gli obiettivi della Resistenza»



Per conoscere dettagliatamente la figura di "Cino Da Monte":
Marchetti Romano (a cura di Laura Matelda Puppini), Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, IFSML e Kappa Vu ed., 2013

lunedì 10 agosto 2015

I morti di Pramosio ... e la memoria indistinta

Sul "Messaggero Veneto" del 4 agosto, Laura Matelda Puppini ha scritto una lettera per ricordare le vittime degli eccidi di Pramosio del 1944 e le tante problematiche, storiche e morali, ancora aperte:

Risultati immagini per vittime di pramosio «Quando L'Ave Maria della sera/ si spande nella valle del But/ fuori dalla casera di Pramosio/ esce un fumo di sangue rappreso./ Come una nuvola sopra la montagna/ il fumo scende spinto dal vento/ mentre il suono delle campane grida vendetta/ per il massacro di quella gente./ Finito il suono della campana/ un urlo spaventoso esce dai monti/ e, dalla cima più lontana,/ si perde nelle gole più profonde»(Ferdinando Primus, L'Ave, testo originale in friulano, in: Rodolfo Di Centa, Testimone oculare, p. 98). Perché hanno aperto loro la porta? - si chiede Diana, scrivendo all'amica Silvana (Ivi, p.88). Non potevano parlare tedesco, non li avrebbero accolti. Qualcuno di loro parlava, probabilmente, friulano. Fratello, ci apri? E loro aprirono alla morte, che parlava la loro lingua. Dicevano fossero Alto Atesini, ma fra coloro che uccisero a Pramosio vi erano italiani, anzi friulani e carnici della Ss. - ipotizza Diana (Ivi, p. 88). «Oh, Silvia - aggiunge- se ripenso a quel giorno, io rivedo quella pietosa processione, quei cadaveri straziati, quel sangue che usciva a fiume dalla porta aperta della casera.... E vorrei piangere ancora,...., vorrei gridare a quelle impassibili rocce che non si mossero a fermare la mano omicida, la mano dei fratelli». (Ivi). Si sa che fra le Ss vi erano anche italiani e friulani, si sa che i fascisti partecipavano alle rappresaglie, si sa che vi erano carnici traditori. Per non dimenticare. 
Laura Matelda Puppini, Tolmezzo

Risultati immagini per vittime di pramosioUn discorso sicuramente condivisibile. Quello che però, nelle intenzioni dell'autrice, era il ricordo dei "morti di Pramosio" è diventato, sulla stampa "STORIA I Morti di Pramollo". Probabilmente un errore banale, magari un correttore automatico che ha proposto al compilatore della trascrizione la nota località turistica piuttosto che quello della malga carnica.... il tutto però risulta indicativo del clima di lontananza, materiale e psicologica, da quei fatti. Col lento, inesorabile assottigliamento dei  testimoni diretti, i fatti della guerra e della Resistenza sembrano diluirsi in una sorta di memoria indistinta. Qualche tentativo per offrire uno sforzo di documentazione relativamente ai fatti citati  esiste: oltre al bel libro di R. Di Centa, v. per es. i diversi articoli usciti sul periodico di Timau "Asou...geats" o i video di Dino Ariis (alla cui realizzazione ho cercato di dare un contributo) "Pramosio il giorno dell'infamia" e "Carnia 1944, il sangue degli innocenti".
Quello che preoccupa, comunque, è il diffondersi, accanto a ricostruzioni serie e documentate, di ricerche approssimative e spesso basate su un facile sensazionalismo, che magari hanno più facile presa su una opinione pubblica non particolarmente attenta. "Separare il grano dal loglio" era una operazione complessa già duemila anni fa, figuriamoci oggi. Non ci si stancherà di sottolineare, dunque, l'importanza di un lavoro di ricerca sostenuto dalle scuole e dagli organismi a ciò istituzionalmente preposti.
                                                                                                                        Pieri Stefanutti

                                                                 Risultati immagini per vittime di pramosio

martedì 4 agosto 2015

Rastrellamenti in Carnia nell'ottobre '44 rievocati in un romanzo

SI PRESENTA A FORNI DI SOPRA UN ROMANZO CHE RACCONTA LA CARNIA DEL 1944  


Venerdì 7 agosto alle ore 18, nella Sala Parco Dolomiti Friulane, il Comune di Forni di Sopra ha invitato la scrittrice Stefania Conte a presentare il suo nuovo romanzo 'L'ultimo canto del codirosso', pubblicato da Morganti editori.
L’autrice, conosciuta come ‘La signora dei gatti’, per via dei romanzi in cui mescola storie feline alle magie di donne straordinarie (La gatta che vedeva le stregheLa gatta che giocava con le farfalleIl gatto che apriva i cassetti e a breve Le gatte che mangiavano le patatine), ha abbandonato temporaneamente il genere per scrivere un romanzo basato su fatti realmente accaduti nella Carnia dell’ottobre 1944.
Questa, in sintesi la trama del bel romanzo: 
Carnia, ottobre 1944.
Nel paese di Pesariis, gli orrori della Seconda guerra mondiale entrano con prepotenza nelle case e negli stàvoli. Gli abitanti, abituati da sempre a fare i conti con i sacrifici e il duro lavoro, rispondono con dignità, fermezza e coraggio alle richieste dei nazisti e dei partigiani.
In una casa posta nel cuore del paese vive l’orologiaio Giovanni Agostinis, con la moglie Maddalena e la loro figlioletta Agnese.
La bambina, per il colore fulvo dei capelli e per la sua voce melodiosa è chiamata da tutti Codirosso.
La sua spiccata sensibilità e la sua intelligenza l’aiutano a dare un senso ai fatti della vita, risignificando ciò che vede con il ricco mondo della sua immaginazione. Nel mortifero presente in cui vive, usa con coraggio le canzoni che ha imparato, modificandone i testi affinché le parole possano custodire le forti emozioni provate.
La sua vita cambierà a causa di un ufficiale delle SS che, senza motivo, riversa il suo odio sul padre.
Dopo una serie di tragici avvenimenti, Agnese viene deportata nel campo di concentramento di Dachau.
Lì, per tentare di sopravvivere, metterà a frutto quanto imparato mentre osservava il padre costruire gli orologi a pendolo: sopraffatta dal terrore, annullerà lo scorrere del tempo vivendo ogni giorno come se fosse privo di passato e di futuro.

Dialogano con la scrittrice la giornalista Gabriella Bucco e lo scrittore Paolo Morganti. Ingresso libero.


Chi è l’autrice
Stefania Conte è nata a Venezia e per amore si è spostata dalla città lagunare per vivere e lavorare in Friuli, portando con sé il marito Paolo Morganti, anche lui scrittore, e i suoi amati gatti. Il felice esordio è avvenuto con il romanzo La gatta che vedeva le streghe (2013), seguito da La gatta che giocava con le farfalle (2014) e da Il gatto che apriva i cassetti (2014). Dopo L’ultimo canto del Codirosso (2015), pubblicherà Le gatte che mangiavano le patatine (2015) e In viaggio con i fantasmi (2015), quest’ultimo scritto a quattro mani con Paolo Morganti.

giovedì 30 luglio 2015

Stazione di Carnia, una targa per ricordare la solidarietà verso i deportati

La comunità di Venzone, in occasione del 70° anniversario della Liberazione, nell'intento di ricordare ed onorare le“Donne coraggiose” che negli anni 1943-44 hanno assolto un compito altamente umano e pericoloso, quello di informare del transito per Carnia i parenti dei deportati provenienti dalla Sicilia al Friuli ed offrire agli stessi, quando possibile, alimenti attinti da poveri deschi e gli “Angeli della Pontebbana”, i ferrovieri che ricorrendo a numerosi stratagemmi, operando in sinergia con il personale viaggiante, diedero la libertà a centinaia di deportati italiani, inglesi e statunitensi, si è ritrovata domenica 26 luglio davanti alla Stazione di Carnia per lo scoprimento di una targa dedicata a quelle lontane vicende .
Il sindaco Fabio Di Bernardo ha sottolineato che "L’Amministrazione Comunale assieme a tutti i Venzonesi vuole rendere omaggio a queste straordinarie persone che molto spesso mettendo a repentaglio la propria vita, mossi dallo spirito di sacrificio, solidarietà e umana dedizione sono riusciti a dare la libertà a numerose vite umane. Questi valori necessariamente vanno trasmessi alle nuove generazioni". 
E' seguito l'intervento del prof. Luciano Simonitto, ove - dopo la ricostruzione del contesto storico- particolare menzione è stata data al sotto-capostazione Angelo Bardelli, sorpreso dai soldati tedeschi mentre informava telegraficamente i suoi colleghi di Tolmezzo e Villa Santina della partenza dei treni blindati diretti verso la Libera Repubblica della Carnia appena costituitasi, una persona che pagò con la deportazione verso il campo di concentramento di Auschwitz (dove i compagni di prigionia, saputo del suo impegno, gli dedicarono una raffigurazione grafica). Da Auschwitz Bardelli  riuscì a fare ritorno dai suoi cari (allo scoprimento della targa erano presenti le figlie).
Presenti alla cerimonia, con i labari, le sezioni ANPI di Gemona-Venzone e della Carnia.



domenica 10 maggio 2015

A maggio ancora si moriva.... La fine della guerra in Friuli

Ormai chiuse le commemorazioni per il 70° anniversario della fine della guerra e della Lotta di Liberazione, non è inutile riproporre un quadro sintetico di quel che è accaduto in Friuli tra la fine di aprile e l'inizio di maggio del 1945, dato che gli ultimi protagonisti di quelle giornate se ne stanno inesorabilmente andando e molto spesso non si ha il tempo o la voglia di ricorrere alla pur ricca  documentazione bibliografica esistente.

Una settimana esaltante e terribile, l’ultimo colpo di coda della guerra

Dall’annuncio dell’insurrezione fino ai primi di maggio si combattè e si morì.L’arrivo dei partigiani, le trattative, la fuga dei tedeschi, l’ingresso degli alleati
Nel corso della storia Udine e il Friuli hanno sempre scontato una certa marginalità: anche il 25 aprile 1945, data simbolo della Liberazione in Italia, è arrivato il... 1 maggio. In quei giorni e negli altri seguenti anche le zone periferiche, sopratutto montane, hanno avuto ulteriori scossoni. Oggi vogliamo raccontare tutto quello che è successo – settant’anni fa – in una settimana o poco più.
Il 25 e il 26 arrivano notizie dell’insurrezione di Milano e dell’avanzata nella pianura padana dell’Ottava armata britannica destinata, cinque giorni dopo, a raggiungere Udine. Dal Cln era arrivato l’ordine di costituire il comando unico tra Garibaldini e Osovani, ma questo fu possibile soltanto in extremis, dati i contrasti tra le parti, aggravatisi dopo la strage di Porzûs (7 febbraio). Un duro colpo per la Resistenza era stato inoltre la feroce rappresaglia nazista del 9 aprile (29 partigiani fucilati in via Spalato, tra cui il comandante Modotti).
I tedeschi avevano concentrato a Udine tutti i comandi. Il presidio occupava la zona di piazzale Osoppo-Chiavris, trincerato e munito di cannoncini anticarro (dietro la Birreria Moretti c’era l’abitazione del comandante della piazza, colonnello Voigt), mentre in Giardin Grande la sede di palazzo Cantore era protetta dai reticolati, assieme a quella della polizia segreta, nella vicina via Cairoli. Il centro motore dell’attività partigiana, poi anche sede del comando unificato, era a San Domenico, nella canonica di don De Roja, il coraggioso prete che ebbe un ruolo molto importante in quelle giornate di 70 anni fa.
Ma ecco la cronaca degli ultimi sette giorni , ricchi di vicende esaltanti e tragiche desunte da relazioni e ricostruzioni forniteci dagli archivi dell’Anpi e da memorie di protagonisti e testimoni. Il 27 aprile si decide il comando unificato tra Garibaldini e Osovani. I vertici della Garibaldi Udine si insediano in via Villa Glori 43 e mobilitano le varie brigate in punti strategici: Pradamano, Santa Margherita, Codroipo, Pozzuolo, mentre la brigata Udine è destinata alla città. Il 28 aprile si susseguono le azioni di disturbo alle colonne di tedeschi e cosacchi che si apprestano a lasciare il Friuli dirigendosi verso nord. In via Volturno un reparto al comando di Emilio Biasiol riesce a far prigionieri 14 tedeschi. Ma poi sopraggiungono alcune centinaia di SS impegnate in un rastrellamento: muoiono due civili. Nella Bassa gli Osovani liberano Palazzolo, mentre gli uomini del battaglione Partidor della quarta divisione, con un audace colpo di mano, conquistano Cordovado.
Domenica 29 aprile s’intensifica l’attività delle pattuglie partigiane. In via Martignacco 26 viene istituito il Centro raccolta armi. Nella stessa strada sono catturati due carri armati tedeschi. Il 30 aprile viene impartito l’ordine di insurrezione («ma le varie formazioni hanno preso l’iniziativa senza aspettare disposizioni dal Comando generale» annota Vanni Padoan in “Un’epopea partigiana alla frontiera fra due mondi”). Alle prime luci dell’alba scatta l’avanzata verso la città, mentre i tedeschi stanno lasciando uffici, caserme, postazioni. A Pozzuolo i reparti della contraerea minacciano di distruggere il paese a cannonate. La brigata Udine riesce a occupare piazzale 26 Luglio e la zona verso la stazione ferroviaria. E i magazzini più importanti: il Frigorifero di via Sabbadini, i depositi Agip di via Catania e Shell di via Marsala. Occupata anche la stazione radio di viale Venezia che i tedeschi stavano per far saltare.
Il 30 aprile registra gravi episodi in comune di Tavagnacco, ricordati da Giannino Angeli con “Viva l’Italia libera!” Il battaglione Italia - Renato Del Din si scontra a Colugna con 300 SS. I tedeschi, in ritirata, per rappresaglia uccidono 19 persone nella zona tra Feletto e Adegliacco. È soltanto il primo di una serie di eccidi che insanguineranno gli ultimissimi giorni di guerra.
Si combatte e si muore, ma anche si tratta. Sabato 28 aprile, verso mezzogiorno il colonnello Voigt, comandante di piazza convoca il professor Gino Pieri, primario dell’ospedale e importante esponente dell’antifascismo friulano per intavolare, suo tramite, trattative con il Cln per la capitolazione tedesca a Udine. Sentito Voigt, Pieri ascolta i capi del Cln e riferisce la risposta, battuta a macchina da Agostino Candolini: «Non possiamo accettare se non la resa incondizionata!».
Ha miglior esito – due giorni dopo – la mediazione in extremis di don Emilio De Roja, che (come racconta don Cargnelutti nel libro “Preti patrioti”) quale rappresentante dell’arcivescovo Nogara e della Garibaldi-Osoppo si è incontrato col colonnello Voigt per uno scambio di prigionieri. Ed è riuscito a indurre i tedeschi – che avevano minato l’acquedotto e altri impianti – e lasciare Udine senza fare danni. E li ha anche convinti a consegnargli le chiavi del carcere di via Spalato.
Nella notte gli ultimi reparti nazisti lasciano Udine, ma ore drammatiche si stanno ancora vivendo alla periferia. A San Gottardo ci sono i tedeschi, con i cannoni puntati. Verso mezzanotte – come ha annotato il parroco del Sacro Cuore, don primo Palla – le cannonate si fanno sentire per una ventina di minuti. All’alba i partigiani attaccano i tedeschi, alcuni dei quali si rifugiano nel campanile, dove si sono nascosti donne e bambini. I tedeschi rispondono al fuoco dalla torre, mentre aerei inglesi ripassano a mitragliare. Un inferno che dura l’intera mattinata: tutti salvi, per fortuna, i civili.
Nel corso della notte ci sono altri passaggi di tedeschi, mentre le brigate partigiane continuano la penetrazione in centro. Alle 6 gruppi di “fazzoletti verdi” invadono piazza Libertà e l’osovano Castenetto espone il tricolore in castello. Mezz’ora dopo Saccomani e Rosso del comando di divisione fanno lo stesso con la bandiera rossa della Garibaldi. Alle 7.30 tutti gli obiettivi sono stati raggiunti e Udine, dopo venti mesi di occupazione nazista, è completamente libera.
Nella mattinata del 1° maggio in municipio si riunisce il Cln che designa il socialita Giovanni Cosattini sindaco di Udine, il dc Agostino Candolini prefetto e il comunista Lino Zocchi questore. La piazza si affolla e quando Cosattini si affaccia al balcone, è gremita all’inverosimile. Parlano anche Umberto Zanfagnini e il comandante Emilio Grossi. Nel primo pomeriggio,verso le 15.30, arrivano gli alleati, accolti da fiori e applausi. I carri armati inglesi percorrono viale Venezia e sostano con la gente nelle vie del centro, immortalati dal fotografo-patriota Carlo Pignat.
Il primo maggio anche Cividale è liberata dagli osovani di Aldo Specogna e di Tarcisio Petracco ai quali danno manforte contro gli ultimi tedeschi gli alpini del reggimento Tagliamento arresisi ai fazzoletti verdi. Ma il giorno dopo c’è la calata degli slavi e la gente, impaurita, si chiude nelle case. Per fortuna il 3 maggio arrivano le forze canadesi e la tensione diminuisce.
Il 2 maggio Udine cambia giornale: esce il primo numero di “Libertà”, quotidiano del Cln, che prende il posto (nello stesso stabilimento di via Carducci) del Popolo del Friuli, l’organo del defunto regime. Era uscito per l’ultima volta il 28 aprile con in prima pagina un appello firmato dal questore Bruni, dal federale Cabai e dal podestà di Caporiacco dal titolo sintomatico “Invito alla calma”, in pratica un “si salvi chi può!”. Quanto a “Libertà”, diretto da Felice Feruglio, avrà vita breve: fino all’8 luglio 1947 (e nello stesso stabilimento di via Carducci resterà solo il Messaggero Veneto, che aveva cominciato le pubblicazioni il 24 maggio 1946 insieme col quotidiano del Cln).
Torniamo al 2 maggio 1945, la guerra non è finita: tedeschi e cosacchi occupano ancora la Carnia e il Tarvisiano. A Ovaro i cosacchi stanno per lasciare la zona. Come ricorda Giancarlo Chiussi, allora capo di S.M. della quinta divisione Osoppo, il maggiore cosacco Nauziko lancia una bomba a mano contro i rappresentanti della Garibaldi e della Osoppo che gli chiedono la resa. Scoppia la battaglia. Molti cosacchi si arrendono mentre una sessantina di irriducibili si barrica in una casa di Chialina. I partigiani piazzano casse di bombe sotto l’edificio.
Alle 5 del 2 maggio lo scoppio: una ventina i morti. Altri resistono ancora nella scuola di Ovaro che viene incendiata dai partigiani. Ma arriva da Muina un’altra colonna di cosacchi e la battaglia si estende. Vengono uccisi anche 23 civili, tra cui il parroco don Cortiula.
I nazisti in ritirata fanno un’altra strage ad Avasinis: 51 le vittime, tra cui 8 bambini. Il paese era stato occupato dai cosacchi, che il 29 aprile se n’erano andati e, senza spargimento di sangue, i partigiani avevano preso possesso della zona. Ma il 2 maggio duecento soldati delle SS sono piombati ad Avasinis vincendo la resistenza dei partigiani e massacrando gli abitanti. Ultime rappresaglie anche a Venzone, Cavazzo e in altre località. Ancora giorni amari a Tolmezzo: il 3 maggio tra il Cln e i cosacchi è raggiunto un accordo per lo sgombero, ma i tedeschi non cedono: se ne vanno solo il 6. E il 10 maggio si ritirano anche dal Tarvisiano.

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